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L'altra metà del cielo

Brigantesse





                     L'amico Vincenzo (Enzo) Movilia, "penna" brillante, mi ha rimesso, via mail, il 20 dello scorso mese,  una sua interessante ricerca che riguarda le Brigantesse. 
                        
                      Ho sollecitato l'autorizzazione a pubblicarla per il Blog che curo e l'ho ottenuta. Ho anche chiesto ed ottenuto, dopo cortese intercessione - sono proprio bravo e me lo dico da solo! - che La Riviera, rivista che si pubblica sulla Costa Jonica, lo potesse diffondere in loco. Cosa avvenuta ed è sulle pagine elettroniche (www.larivieraonline.com) e sul cartaceo del giornale de quo, a puntate, di domenica, giorno della uscita nelle edicole del posto.

                     Viene così ristabilito un equilibrio di verità perché non è vero che la donna sia inferiore all'uomo; nel bene e nel male sorpassa di gran lunga la metà del cielo che si vorrebbe far primeggiare, ergo  ...

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LE FALENE DELLA MONTAGNA

(Belle, spietate, sanguinarie, praticamente brigantesse)

 

 

Da che mondo è mondo nei circoli,nei bar, al ristorante, allo stadio, tra amici a passeggio e in ogni luogo si è sempre parlato di donne, specialmente nelle compagnie formate da giovani ma non solo.

Al di là delle battute e delle immancabili facezie che il più delle volte condiscono questi discorsi, che si parli di compagne di scuola, di colleghe d’ufficio, di cortigiane o di sante,di signore delle Istituzioni  o di signorine delle Case Chiuse, il tono usato è sempre stato lo stesso:

Adesso, qui,anche noi vogliamo parlare di donne, ma di un genere un po’ particolare: parleremo nientepopodimeno che di Brigantesse.

Di brigantesse?

Sì, di brigantesse, ma di signore un po’ lontane nel tempo ma non per questo meritevoli di oblio.

E allora andiamo a conoscerne qualcuna, anzi più di una.

Chi scrive si è posto una domanda:

Quale é il modo più adatto per parlare di Donne Briganti, ovvero di spietate assassine?

Forse il modo migliore è quello di parlarne con distacco, raccontando i fatti per come la storia e le cronache i hanno registrati, ed è ciò che faremo per cercare di capire l’inquietante“fenomeno della donna brigante” che caratterizzò,soprattutto nel Meridione, molti decenni della nostra storia a cavallo di due secoli.

Per comprendere la cosa sarebbe paradossale, ma non al tentativo di capire le ragioni della nascita del brigantaggio, in specie di quello femminile, occorre inquadrare il fenomeno nel contesto storico, politico, economico e sociale che lo ha generato.

Un accenno potrà essere sufficiente allo scopo, ma solo un accenno, perché il tema è materia per lo storico e per il sociologo e chi scrive non è né l’uno, né l’altro.

E’, semmai, persona assai curiosa che cerca di capire il perché di certi fenomeni e per farlo va a scovare informazioni e notizie che li riguardano e le racconta ai suoi lettori.

 

 

Lo scenario

 

Il 26 ottobre 1860,nei pressi di Teano, Garibaldi consegnò a Vittorio Emanuele II il Regno delle due Sicilie e lo salutò Re D’Italia.

I due si congedarono in maniera piuttosto frettolosa e, sembra, anche freddina, e ognuno prese la propria strada.

Alcuni mesi dopo, nel febbraio del 1861 capitolò anche Gaeta e Francesco II di Borbone si rifugiò a Roma,accolto a braccia aperte da Pio IX che da quel momento si diede da fare in tutti i modi per riportare il Borbone sul trono.

Con la caduta dei Borboni, i territori del loro ex Regno diventarono teatro di lotte feroci tra le varie classi sociali. Da una parte nobili, borghesi, galantuomini e clero difendevano i possedimenti ed i privilegi di cui godevano da sempre; dall’altra, le classi più povere e i contadini che volevano conquistare i diritti che fino ad allora erano stati loro negati, primo fra tutti, la terra che lavoravano per conto dei padroni.

La caduta del Re e la ribellione contadina provocò presto il disfacimento del tessuto sociale, politico ed amministrativo di tutto il territorio, con la conseguenza che lo sfacelo ed il caos provocarono, tra l’altro, anche l’evasione dalle patrie galere di decine e decine di galeotti che si diedero subito alla macchia. Il fenomeno assunse in breve dimensioni impressionanti, perché agli ex detenuti si unirono moltissimi giovani, accusati ingiustamente di diserzione per non aver risposto alla chiamata di arruolamento nell’esercito piemontese. Il più delle volte l’accusa era assolutamente falsa, perché quei giovani non avevano risposto alla chiamata delle autorità militari solo perché la chiamata non l’avevano mai ricevuta.

Infatti, i funzionari filo-borbonici preposti,corrotti ed infedeli,con l’intento di sobillare la popolazione contro lo straniero”piemontese, non avevano mai inviato la lettera di arruolamento, sicché i giovani, convinti di essere vittime di un sopruso perpetrato ai loro danni dalla nuova Amministrazione militare, si sentirono raggirati e traditi e si ribellarono a modo loro.

In poco tempo le montagne della Calabria, della Lucania, delle Puglie e della Campania si popolarono di gente allo sbando.

Molti giovani scelsero la strada del brigantaggio anche in conseguenza del fatto che l’esproprio dei beni ecclesiastici aveva avvantaggiato, come sempre,nobili,borghesi e galantuomini, a danno soprattutto dei contadini che vedevano tramontare per sempre il loro sogno di diventare proprietari della terra che lavoravano.

In questo quadro di caos, di violenze e di disgregazione del tessuto economico e sociale, la famiglia fu l’organismo che ne risentì maggiormente ed ha ragione lo studioso Valentino Romano quando afferma che il dramma della rottura dell’equilibrio familiare”, ovvero il dramma di madri senza figli, di ragazze orfane dei genitori, di vedove, di donne disperate e senza sostentamento è il terreno sul quale nasce e si sviluppa l’inquietante fenomeno  destinato a caratterizzare un’epoca ed un intero territorio: il fenomeno della donna brigante.

Andiamo a conoscere qualcuna di queste signore Brigantesse e scopriremo aspetti sconcertanti  della loro audacia, del loro coraggio, ma a volte anche della loro incredibile ferocia e in qualche caso anche di sorprendenti e paradossali slanci di generosità.

 

 

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Francesca La Gamba

 

Non è cosa semplice stabilire una data di nascita certa del brigantaggio femminile, ma possiamo ragionevolmente affermare che, in età moderna, la prima brigantessa fu quasi certamente una giovane donna calabrese della provincia di Reggio di Calabria.

Si chiamava Francesca La Gamba edera nata a Palmi nel 1768.

Già da bambina Francesca rivela un carattere forte ed indipendente, ma è la sua straordinaria bellezza che colpisce ed attira l’attenzione degli uomini e suscita l’invidia e la gelosia delle donne di tutto il paese.

Le condizioni economiche della famiglia erano assai modeste e, ancora giovanissima, la ragazza trovò lavoro nella filanda di un possidente del luogo.

Bella com’era, Francesca non tardò a trovare marito e nel giro di appena un paio d’anni mise al mondo due figli.

Siamo nel decennio dell’occupazione francese, cioè tra il 1806 ed il 1816, ed un giorno Francesca ricevette la notizia della morte del marito, avvenuta nel corso di un attacco aduna guarnigione nemica, alle pendici della dorsale aspromontana del versante tirrenico.

Alla notizia Francesca restò impietrita e muta per il dolore, ma ciò che maggiormente l’atterrì fu l’incubo della solitudine, per giunta con due figli da sfamare e da allevare.

Le si riempì il cuore di odio contro i francesi, ma non versò nemmeno una lacrima.

Passavano gli anni e la donna,nonostante i patimenti,conservava intatta la sua bellezza,tanto che i pretendenti alla sua mano erano sempre numerosi. Dovendo assicurare il sostentamento ai figli, Francesca accettò la proposta di matrimonio di un bravo giovane del posto e convolò in seconde nozze.

Ebbe un altro figlio, ma il suo cuore traboccava di odio e la spinta incontenibile di vendetta contro il nemico che l’aveva colpita negli affetti più cari non si placò mai ed, anzi, andò aumentando di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno.

Il passare degli anni e le angustie non intaccarono né il carattere indomito, né la bellezza e quando un ufficiale francese, forte della sua posizione sociale, si invaghì di lei e  tentò di sedurla, Francesca gli si rivoltò come una tigre ed il militare meditò una tremenda vendetta che non tardò a mettere in atto con diabolica astuzia.

Nottetempo fece affiggere sui muri di tutto il paese un manifesto di incitamento alla rivolta control’occupazione dell’esercito francese e all’indomani fece arrestare i due figli maggiori di Francesca, ormai più che adolescenti, accusandoli di essere gli autori del “misfatto”.

Francesca mise da parte l’orgoglio e corse a supplicare l’ufficiale di liberare i due innocenti, ma nonostante l’umiliazione e le lacrime della donna, il militare non batté ciglio.

Dopo un brevissimo e sommario processo, i due giovani furono fucilati.

Francesca, pazza di dolore,abbandonò la famiglia, gettò alle ortiche gli abiti femminili, indossò quelli dei briganti e si unì ad una banda che operava nella zona.

In breve tempo si adattò alla nuova vita e fornì prove tali di ardimento da meritare il riconoscimento di capo della banda stessa, seminando terrore in tutto il circondario.

Cominciò la caccia alla donna e di francesi predisposero presidi e trappole di ogni tipo che Francesca eluse sempre con scaltrezza ed intelligenza.

Poi fu lei a preparare imboscate ed un giorno un drappello francese vi cadde dentro irrimediabilmente. Al comando dei militari c’era proprio l’ufficiale suo acerrimo nemico.

Francesca lo riconobbe, lo guardò con occhi di ghiaccio e con una smorfia di odio furente, gli saltò addosso come una belva, estrasse dalla cintola un coltellaccio da macellaio e con un urlo bestiale lo conficcò nel petto del malcapitato.

Non paga, ebbra di furore e di odio, gli estrasse il cuore dal petto e lo divorò ancora palpitante.

 

 

Margherita

 

Occorre fare una distinzione tra Brigantessa” e Donna del Brigante”, entrambe figure che concorrono a definire il ruolo della donna nelle classi rurali di fine 800, ma assai diverse nel ruolo,nelle responsabilità e nelle funzioni all’interno della banda di appartenenza.

La Brigantessa è colei che ha scelto di divenire tale per decisione autonoma e a prescindere dalle motivazioni che l’hanno originata. La Donna del Brigante, invece, è colei che ha dovuto o voluto seguire il proprio uomo, marito o amante, che si è dato alla macchia e l’ha privata, diciamo così, del “calore umano” e del sostentamento,con la conseguenza di vedersi additata con disprezzo dai paesani e non di rado anche dai familiari che la evitano per allontanare i sospetti di connivenza.

Donna del Brigante è anche colei che è stata sedotta da un brigante e lo segue nelle sue azioni e nei suoi spostamenti tra valli e monti inaccessibili.

Margherita (non meglio identificata) è “Donna del Brigante”, precisamente del brigante Bizzarro.

Il calabrese Bizzarro, uomo assai rozzo e violento,imperversò in lungo e in largo nella sua regione durante il periodo dell’occupazione francese.

In una delle sue scorribande nei paesini collinari abbarbicati al massiccio della Sila adocchiò Margherita che in compagnia della madre si stava recando in campagna per accudire le pecore e la seguì guardingo. Le due donne si accorsero di lui e tornarono indietro, ma da quel giorno Bizzarro si fece vedere da quelle parti con sempre maggiore frequenza.

Il padre ed il fratello di Margherita tentarono di far allontanare il bandito dalla ragazza, ma Bizzarro non esitò a scaricare il suo schioppo sui due malcapitati e la stessa cosa fece sulla madre che, udendo i colpi, si era affacciata sulla porta per vedere cosa fosse accaduto.

Bizzarro entrò in casa come una belva assetata, si caricò letteralmente sulle spalle l’atterrita Margherita e se la portò in montagna.

I giorni trascorrevano tra assalti alle masserie, attentati alle guarnigioni francesi e spostamenti da rifugio a rifugio tra le impervie gole della montagna.

Margherita seguiva il suo uomo senza battere ciglio e col passare dei giorni, anziché odiare il suo rapitore per averle sterminato la famiglia, cominciò a vederlo con occhi diversi. Non trascorse nemmeno un mese che se ne innamorò perdutamente.

La “sindrome di Stoccolma” aveva colpito.

Da ragazza timida e riservata che era, a poco a poco diventò intraprendente ed audace, forse più per compiacere il suo amante che per propria indole, ma fu proprio la sua audacia che le fece commettere la fatale imprudenza di esporsi troppo in una delle tante azioni della banda.

Catturata in una imboscata dei gendarmi, fu messa in prigione, ma dopo qualche anno morì dimenticata da tutti.

 

 

Nicolina Licciardi

 

Il destino a volte si diverte a  giocare scherzi beffardi.

Dopo la scomparsa di Margherita,al crudele Bizzarro toccò in sorte Nicolina che della donna che l’aveva preceduta nel suo cuore era l’esatto contrario.

Dopo appena nove mesi dal primo incontro, dalla loro unione nacque un bel bambino ma i due, braccati dai piemontesi, non riuscivano a stare nello stesso covo per più di due giorni e col bambino in braccio, Nicolina, sfinita dal trauma del parto, era costretta a seguire il suo uomo il quale, anziché mostrarle comprensione e prendersi cura del neonato, non le risparmiava insulti ed invettive quando lei si attardava dinanzi a qualche burrone o nei ripidi viottoli della montagna.

Un giorno, però, successe l’irreparabile.

Bizzarro, dall’alto di un dirupo,vide i piemontesi avvicinarsi in ordine sparso ed intimò alla donna di accovacciarsi al riparo di un muro a secco di un porcile abbandonato. Nicolina ubbidì, si strinse il bambino al petto e, ansimando, si mise seduta con le spalle appoggiate al muro.

Quando i gendarmi furono a poche centinaia di metri dal nascondiglio, il bambino si svegliò e cominciò a piangere disperatamente. La madre cercò di calmarlo attaccandoselo inutilmente al seno. Bizzarro, con gli occhi fuori dalle orbite per il terrore di essere scoperto, in preda ad un raptus di paura e di follia, strappò il bimbo dalle braccia della donna e cominciò a sbatterlo selvaggiamente contro il muro fino a sfracellargli la testa completamente.

Nicolina muta e pietrificata dall’orrore non si mosse di un centimetro e non versò neppure una lacrima.

Passato il pericolo degli inseguitori, Bizzarro fece per andarle incontro, ma lei, ebete e priva di energia, lo allontanò da sé facendosi scudo col palmo  della mano. Poi, quando il sangue sembrò ricominciare a pulsarle nelle vene, scavò un fossa con le sue mani, vi seppellì il figlioletto e si mise a guardia della tomba per evitare che gli animali selvatici potessero fare scempio dei poveri resti.

Bizzarro seguì per qualche istante l’operazione, poi, vinto dalla stanchezza e dalla tensione, si addormentò addossato al muro a secco.

Nicolina non perse tempo. Si alzò dal cumulo di terra su cui era seduta, si avvicinò con passo felpato all’uomo, gli sottrasse il fucile con mano leggera, gli puntò la canna all’orecchio sinistro, premette il grilletto e gli fece saltare le cervella.

Non ancora soddisfatta, tirò fuori dalla tasca del grembiule un affilato coltellaccio e con un colpo secco decapitò il brigante che le aveva appena maciullato il figlio. Poi avvolse la testa in una tovaglia a quadri e si avviò verso la casa del governatore di Catanzaro.

La domestica che le aprì la porta pensò che la donna avesse in mano un regalo per il suo padrone e la fece accomodare nella sala dove il governatore stava facendo colazione assieme alla moglie.

Nicolina chinò leggermente il capo in un cenno di saluto, si avvicinò alla tavola e con gesto perentorio lanciò sul tavolo il macabro trofeo.

Poi fece qualche passo in avanti,guardò il governatore fisso negli occhi e restò immobile con la mano tesa.

Il governatore capì.

Intascata la taglia, Nicolina ritornò sui monti e di lei non si seppe più nulla.

 

 

 

Filomena Pennacchia

 

Figlia di un macellaio dell’Irpinia, Filomena, per aiutare la famiglia, ancora giovanissima andò a servizio come sguattera presso le famiglie dei notabili del luogo.

Il lavoro era umile e la paga assai misera, ma Filomena, pur lavorando intensamente senza lamentarsi, tra una stoviglia da lavare ed una da asciugare, sognava ben altra vita per il suo futuro.

Un tardo pomeriggio d’estate,sulla strada del ritorno incontrò un giovane di bell’aspetto che le sorrise e le fece qualche complimento. Filomena si schermì arrossendo, ma la cosa le fece piacere ed il giovane diventò più audace.

“Dai, monta a cavallo e vieni via con me”  le disse l’uomo.

“Con voi? Ma siete pazzo? Chi siete?”

“Chi sono io? Tu non mi conosci,ma tuo padre mi conosce bene. Sono Giuseppe Schiavone e tu sei Filomena, non è vero?”

“Sì, sono Filomena!”

“Dai, monta a cavallo, e non aver paura. A tuo padre ci penso io!”

Filomena montò a cavallo e da quel giorno condivise la latitanza con Schiavone, il brigante più famoso e più spietato di quelli che imperversavano dalla catena del Pollino alle montagne dell’Irpinia.

La nuova vita da brigantessa rese Filomena intrepida e temeraria ed insieme a Giuseppe Schiavone divenne presto il terrore degli allevatori di bestiame di tutto il territorio. Durante le loro scorrerie era sempre in prima fila negli assalti alle masserie per il furto del bestiame e per i sequestri di persona e presto la gente imparò a temere più lei che il resto della banda.

In breve tempo l’ex sguattera riuscì a conquistare la stima ed il rispetto di tutti i componenti della banda,non solo per paura, ma anche per una sorta di ammirazione per i suoi sorprendenti slanci di generosità verso i familiari delle vittime della banda Schiavone e per aver voluto,in diverse occasioni, risparmiare la vita a persone disarmate ed indifese.

Di Filomena si disse che era stata l’amante non solo di Schiavone, ma anche di Carmine Crocco, il capo delle bande lucane, e dei suoi due luogotenenti, Donato Tortora e Ninco Nanco.

 

A proposito di Ninco Nanco, mi va di riferire una piccola curiosità.

Qualche domenica fa gironzolavo,in compagnia di mia moglie, nelle stradine attorno al Pantheon. La sera prima avevo terminato la ricerca per il servizio che state leggendo ed un nome su tutti mi aveva colpito perché sembrava il verso di una filastrocca o di uno scioglilingua: Ninco Nanco, appunto.

Proseguendo nella passeggiata,stavo giusto raccontando alla Peppa dello strano nome, ma all’improvviso per poco non mi venne un colpo, perché sulla porta di un ristorantino che affaccia su uno slargo si materializzò incredibilmente una bella insegna coloratissima:“Ristorante Ninco Nanco”.

Se passate da quelle parti, ne avrete la conferma.

 

Riprendiamo il discorso.

Di donne nella banda Schiavone ve n’erano diverse e le diatribe tra loro erano frequenti, ma fu la gelosia di Rosa Giuliani a provocare i guai maggiori all’interno del gruppo.

Cosa era successo?

Era successo l’inevitabile.Filomena Pennacchia, era diventata, ovviamente,la nuova compagna di Schiavone, ma Rosa Giuliani, da tempo membro importante della banda e aspirante al ruolo, come dire? di first lady, livida di invidia e pazza di gelosia, decise di vendicarsi denunciandola banda alla polizia che la stava braccando dappertutto.

Una mattina brumosa e fredda di un autunno uggioso, i gendarmi sorpresero nel sonno Schiavone ed alcuni dei suoi uomini che non poterono opporre alcuna resistenza.

Nel giro di qualche settimana furono processati e condannati a morte.

Prima di morire Schiavone volle vedere ancora una volta Filomena, inattesa di un suo figlio, e l’incontro fu tenerissimo e straziante. Il feroce bandito si gettò ai piedi della sanguinaria brigantessa e baciandole mani,piedi e ventre, le chiese perdono.

Filomena forse perdonò il suo uomo, o forse no, ma certamente non visse nel ricordo del compagno fedifrago.

Allettata dalla promessa di uno sconto di pena, continuò a vuotare il sacco e con le sue rivelazioni fece catturare un altro luogotenente di Crocco, Agostino Sarchitiello, e le brigantesse Giuseppina Vitale e Maria Giovanna Tito.

Filomena Pennacchia fu condannata a venti anni di carcere, ma dopo appena sette anni tornò a casa e  presto fu dimenticata da tutti.

 

 

Ciccilla

 

Marianna Oliviero, detta Ciccilla, una bella ragazza dai capelli corvini e dagli occhi di fuoco, sposò giovanissima Pietro Monaco, ex soldato borbonico ed ex garibaldino dal carattere irascibile ed insofferente, datosi alla macchia dopo un efferato omicidio.

Rimasta sola, Ciccilla continuò la vita di sempre e sembrava accontentarsi dei rari incontri furtivi con il marito che nottetempo la raggiungeva nella loro casa alla periferia del paese.Conduceva vita semplice e ritirata e le uniche persone con le quali trascorreva qualche ora del giorno erano la madre e la sorella, anche lei molto bella e di carattere vivace, che spesso le chiedeva notizie del marito.

Un giorno di tarda estate Ciccilla ricevette la visita di una comare e, tra un pettegolezzo e l’altro, la loquace donna si fece scappare di bocca qualcosa che colpì duramente al cuore l’orgogliosa “vedova bianca”, o presunta tale, e per questo commiserata dalle donne del luogo.

Insomma, Ciccilla venne a sapere che Pietro aveva avuto una breve e fugace relazione con la sorella e ostentando incredulità ed indifferenza, non batté ciglio e sorrise tristemente per “la cattiveria della gente”. Così disse alla comare mentre l’accompagnava garbatamente alla porta.

 

Ciccilla,viditi ca’ è vero e u sannu tutti! Possibile ca sulu vui non sapiti nenti?”

“Arrivederci, cummari, e non criditi a chillu chi dici cu non ndavinenti da fare!”

 

Accomiatatasi dalla comare,Ciccilla rientrò in casa e cominciò a meditare la vendetta.

Sul far della sera, indossò il vestito per la messa della domenica, mise sulle spalle uno scialle con le frange, si ravviò i capelli ed uscì per recarsi a casa dei suoi.

La madre era intenta a preparare qualcosa per la cena e la sorella a fare la calza con i ferri. Chiacchierarono del più e del meno, come al solito, e la sorella le chiese notizie di Pietro.

“E’ da giorni che non ho notizie,ma, sai com’é? Nessuna nuova, buona nuova!”

“Già, già!”

“Senti, perché non vieni a dormire da me stanotte? Oggi mi sento un po’ così e non voglio stare sola!”

La sorella acconsentì volentieri,ma non era nemmeno la prima volta.

Dopo una frugale cena a base di soppressata e pecorino, Ciccilla disse che aveva mal di testa e se ne andò aletto. La sorella la raggiunse qualche minuto più tardi, ma fu la prima ad addormentarsi.

Poco prima della mezzanotte,Ciccilla si alzò silenziosamente, si recò in cucina e dal cassetto della credenza tirò fuori un lungo coltello. Ritornò nella camera da letto, si avventò sulla sorella e la sgozzò con furia selvaggia. Non ancora appagata,corse a prendere un’ascia e le martoriò il corpo con 30 colpi terrificanti.

Soddisfatta della vendetta consumata, alle prime luci dell’alba raggiunse a dorso di mulo la banda del marito ed in poco tempo ne divenne il capo di fatto.

Dopo appena pochi mesi di attività brigantesca, il raccapriccio e l’orrore per le sue gesta si diffuse in tutta la regione ed anche oltre e perfino gli stessi briganti cominciarono a temerla e a disprezzarla per come infieriva sui cadaveri dei nemici,mutilandoli selvaggiamente con coltelli e rasoi.

Dopo la morte del marito, però,la sorte, fino allora favorevole, le voltò le spalle e Ciccilla, caduta in una imboscata, fu catturata.

I suoi familiari non vollero nemmeno riconoscerla e perfino la madre si rifiutò di andarla a trovare in carcere.

Al processo, celebrato a Catanzaro con grande partecipazione di pubblico, come testimoni a carico si schierarono anche i parenti suoi e del marito e la sentenza fu di condanna a morte, caso rarissimo di condanna a morte di una donna.

La sentenza, però, non fu mai eseguita e fu tramutata in ergastolo, ma dopo qualche anno nessuno parlò più di Ciccilla la brigantessa.

 

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Storie di briganti, dunque,storie terribili di Donne Briganti.

Di storie come queste ve ne sono molte altre, ma a me è passata la voglia di raccontarle, un po’ perché si somigliano tutte, ma anche perché, nonostante il freddo distacco con cui le hoqui raccontate, non riesco a sottrarmi all’istintiva antipatia che mi suscitano.

Per giunta, sono pure figure prive di qualsiasi fascino che hanno imperversato anche nella mia terra d’origine. La cosa, naturalmente, non mi lascia indifferente, perché hanno contribuito a creare, nella parte più becera, prevenuta e faziosa dell’immaginario collettivo, l’odiosa e spregevole equivalenza: Meridione = Brigantaggio, con le varianti aggiornate ai tempi.

Lasciatemi, però, dire che anche“il mito” ci ha messo lo zampino nell’enfatizzare il fenomeno, prova ne sia che sulle bancarelle dei mercatini settimanali dei paesini del Sud si vendono vecchie cassette per registratore e quintali di CD con canzoni popolari dialettali e tarantelle che esaltano le gesta “di straordinario coraggio” degli“eroi” dell’Aspromonte, dei Peloritani, della Sila, del Pollino e delle montagne dell’Irpinia.

Una la conosco anche io, ma non ve la dico.

 

enzo movilia

 

 

Fonti

La Rete, Giornali e Riviste che hanno scritto della “Questione Meridionale”, Libri di Storia e Saggi sul brigantaggio.

Cito con particolare piacere un saggio sul brigantaggio di Aldo de Jaco, Presidente dell’Unione Nazionale Scrittori ai tempi della pubblicazione del mio primo libro, La Casa delle Pirarelle, per il quale De Jaco mi ha voluto onorare con una splendida prefazione.

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P.S.:

Nel trasferire la narrazione dalla mail al post si sono manifestati strani refusi - parole attaccate tra di esse, senza spazi dopo la virgola, ... - che non sono addebitabili all'autore o al sottoscritto, titolare del Blog. I lettori sapranno scusare l'inconveniente e ... buona lettura.

Pubblicato il 16/7/2019 alle 3.30 nella rubrica Diario.

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